Dal capitolo “L’udienza reale” (Sanson incontra per la prima volta il re e la regina, a Versailles, nel 1789):
<< Alla morte di Jean-Baptiste Sanson, avvenuta nel 1778, mio nonno Charles-Henri era già da molti anni il capo effettivo della famiglia. Dopo una giovinezza d’avventure, egli aveva sposato Marie-Anne Jugier, figlia di un agiato ortolano, che aveva allora già trentadue anni ed era alquanto più vecchia di lui. Egli non tardò ad applaudirsi della scelta che aveva fatta. Era un’eccellente donna, autorevole e dolce, che ispirava rispetto ed affetto.
Charles-Henri Sanson aveva seguito, con quella potenza meditativa che s’acquista nella vita appartata, tutti i progressi della Rivoluzione: le lotte della Corte contro i Parlamenti, il Letto di giustizia, le assemblee dei notabili, tutti gli espedienti della monarchia ridotta a difendersi, gli avevano rivelato chiaramente il pericolo della situazione. La riunione dei tre ordini in Assemblea nazionale non gli lasciò più alcun dubbio che la intera società fosse alla vigilia di trasformarsi.
Egli aveva adottato con entusiasmo le nuove idee. Ma devo soggiungere che, malgrado la sua ammirazione per i princìpi del 1789 nei quali presentiva il vangelo politico dell’avvenire, egli rimaneva profondamente attaccato alla monarchia e alla persona del re. Egli apparteneva al numeroso partito di quelli che limitavano i loro desideri all’instaurazione di una monarchia costituzionale.
Prima del loro terribile incontro sul patibolo, mio nonno aveva avuto due volte l’onore di avvicinare Luigi XVI. La prima fu al principio di quell’anno 1789. La penuria del tesoro aveva fatto sospendere da lungo tempo i pagamenti degli importi dovuti a Charles-Henri Sanson, il quale si trovava alle prese con serie difficoltà e gravato di debiti.
Luigi XVI, a cui egli si rivolse, portava la sera dell’udienza un vestito di seta lilla, ricamato d’oro, sul quale brillava la decorazione dello Spirito Santo, calzoni corti, calze di seta e scarpe a fibbia. Il re era di complessione vigorosa, ma di statura comune. Non aveva di veramente aristocratico che la gamba nervosa e modellata con finezza. I suoi capelli incipriati e arricciati formavano sulle tempie due rotoli e si riunivano sulla nuca in una coda secondo l’uso del tempo.
- Voi avete indirizzato un’istanza per somme a voi dovute – egli disse senza volgere la testa e senza guardare in faccia il mio avo. – Ho ordinato che i vostri conti fossero riveduti e che non si tardasse a liquidarli; ma i forzieri dello Stato sono quasi esausti in questo momento, e voi reclamate, credo, cento e trentasei mila lire, che fanno una somma abbastanza cospicua.
- Ringrazio con riconoscenza uguale al rispetto Vostra Maestà per la sua bontà – rispose Charles-Henri Sanson - ; ma la supplico umilmente di permettermi di farle osservare che la cifra dei miei debiti è salita siffattamente che i miei creditori non pazientano più e che la mia stessa libertà si trova minacciata.
Luigi XVI gettò allora uno sguardo sul suo interlocutore. Il suo atteggiamento quasi prosternato non permetteva alcun dubbio sulla sincerità dei suoi sentimenti; tuttavia il re non potè reprimere un involontario sussulto. Era un presentimento, ovvero – più probabile ipotesi – l’orrore che ispira la nostra professione? – Aspettate, - egli disse – questo vi metterà in regola. E il mio avo ottenne un curioso salvacondotto, col quale, in nome del re, era proibito per tre mesi ai suoi creditori di esercitare qualsiasi coercizione contro di lui, agli uscieri, alle guardie e ad altri di arrestarlo e di molestarlo, e ai portieri di prigione e carcerieri di riceverlo in carcere, sotto pena di perdere il posto.
Mentre Charles-Henri Sanson stava per uscire dal palazzo, una signora dal passo maestoso, splendidamente ornata, seguita da due altre dame e da un gentiluomo, gli apparve sul pianerottolo della scalea. Tutte le fronti s’inchinarono a lei, giacché l’usciere, aprendo la grande porta a due battenti, aveva annunciato ad alta voce:
- La regina.
Nel momento stesso, da una porticina che conduceva alle tribune della cappella, usciva una giovine donna vestita modestamente d’un abito accollato di seta grigia, dai cui tratti puri e armoniosi spirava una bontà angelica. Non appena la regina la scorse, un’espressione affettuosa le si dipinse nel viso:
- Venite dunque, cara sorella! – ella esclamò – oggi non vi ho nemmeno veduta.
- Sono le nostre due principesse: la regina e Madame Elisabeth – disse a Charles-Henri Sanson l’usciere che lo riconduceva fuori dal palazzo.
Un malessere indefinibile, un imbarazzo di cui non poteva rendersi conto, erano pesati sul mio avo tutto il tempo che egli era rimasto fra quelle mura.
E v’era qualche cosa di profetico in questo serramento di cuore da lui provato all’udienza reale, mentre una coincidenza strana lo metteva dinanzi per la prima volta, e quasi simultaneamente, alle tre più nobili teste predestinate al suo fatale coltello. >>
Non so a voi ma a me vengono i brividi, specie nel leggere queste ultime righe…
